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La validità delle terapie non ufficiali

Esistono centinaia di terapie non ufficiali che promettono di curare i tumori. Con molta probabilità la quasi totalità di queste possiedono una certa fondatezza, nel senso che i principi di base su cui si reggono sono ragionevolmente sensati e sinceri. Tuttavia la loro potenziale efficacia potrebbe essere estremamente diversa e dipendente da numerose variabili a volte non perfettamente controllate. Rispetto a quelle ufficiali, sono terapie la cui validità è molto meno "scientifica", nel senso che sono cure che spesso non hanno passato le varie fasi sperimentali secondo i criteri standard di scientificità. Spesso le ricerche preliminari sono fatte su un numero statisticamente poco significativo di soggetti, i risultati non vengono sempre controllati nel tempo, così come gli effetti collaterali a lungo termine. Nella maggior parte dei casi sono terapie la cui efficacia, non essendo documentata su riviste scientifiche, rimane legata alla fiducia di chi la propone o alle testimonianze dirette dei pazienti che ne fanno uso.

Tutto ciò può portare a concludere che intraprendere una terapia non riconosciuta equivalga necessariamente a commettere un errore.

Perché abbandonare il certo per l'incerto ?

Ma forse prima sarebbe giusto domandarsi il certo che cos'è.

Quando il "certo" è rappresentato da un percorso che porta inesorabilmente verso la morte, allora può avere un senso scegliere una strada diversa ? Questo è il vero quesito a cui dover rispondere.

È giusto criticare quei pazienti condannati a morte da una prognosi altamente infausta che trovano il coraggio di abbandonare la strada certa per una più incerta ?

Nella maggior parte dei casi affidarsi ad una cura non ufficiale significa affidarsi ciecamente al medico che la propone senza una garanzia ufficiale che attesti la validità della cura. Ci si domanda se potrebbero sopraggiungere effetti collaterali a breve o lungo termine, se si potrà sempre contare su un' assistenza medica di alto livello, nel caso qualcosa vada storto, dal momento che non si è più curati all'interno di una struttura pubblica, e più di ogni altra cosa ci si domanda se la cura sarà efficace.

Ma una terapia non riconosciuta, non è detto che non possa essere efficace. Ci sono stati diversi casi con malattia avanzata trattati solo con terapie di tipo alternativo che hanno ricevuto benefici significativi sia in termini di aumento della sopravvivenza che in termini di qualità di vita. Tuttavia nella totalità dei casi i miglioramenti e le guarigioni inspiegabili sono state ritenute dalla scienza medica ufficiale non direttamente riconducibili alla efficacia della terapia, bensì dovuti a "miracoli" naturali. Nella medicina ufficiale l'idea che le terapie alternative siano totalmente inefficaci nella cura dei tumori è purtroppo ampiamente diffusa. È una sorta di "credo", un assunto di base, un dogma assoluto per il quale non è minimamente possibile accettare l'idea che una cura non adeguatamente testata possa avere un'azione curativa nei confronti dei tumori.

Il "farmaco garantito".

Quello che vogliamo sottolineare è che una cosa è non possedere le "garanzie" che una cura sia efficace, un'altra è negare tassativamente a priori che possa esserlo.

Perché accade questo ?

Il modo di procedere clinico-scientifico, come è già stato detto in precedenza, implica che tutto ciò che non supera certi criteri e passaggi obbligati accettati universalmente, non sia significativo. Un modo di procedere rigoroso a tutela della salute del malato. Un sistema "a garanzia" che produce un "farmaco garantito". E fin qui nulla da obiettare.

Ma cosa succede quando questo "farmaco garantito", benché ineccepibile nella sua logica teorica, si dimostra nella realtà clinica di scarsa utilità nel curare una malattia avanzata ?

Cosa fare quando in simili circostanze il sistema sanitario non consente al malato di poter accedere ad un farmaco sperimentale che non ha ancora terminato il ciclo di prove benché si sia dimostrato particolarmente efficace nelle fasi precliniche ? Il malato non ha sempre a disposizione tanti anni di tempo per aspettare.

Un sistema sanitario che non concede queste opportunità è un sistema giusto a tutela del malato o forse è troppo rigido e falsamente etico?

Le terapie non ufficiali. Quando?

In quali casi può essere giusto ricorrere alle terapie alternative ?

È una domanda a cui non è facile rispondere. Chi può stabilire quando e se ricorrere a terapie non riconosciute?

Partendo dal presupposto che è sbagliato o comunque non consigliabile abbandonare le cure ufficiali soprattutto per tutti quei malati con buone possibilità di guarigione o con buone aspettative di vita, quando può essere ritenuto plausibile ricorrere a terapie alternative ?

Le terapie complementari di tipo biologico come coadiuvanti delle terapie ufficiali: il potenziamento del sistema immunitario.

Innanzitutto è bene precisare che si può ricorrere alle terapie non ufficiali anche contemporaneamente a quelle ufficiali. In questo caso è più giusto parlare di terapie complementari coadiuvanti che di terapie alternative. Più che un'alternativa da utilizzare in sostituzione delle terapie convenzionali, andrebbero considerate un completamento di esse, con le quali ci si prefigge di prolungare l'aspettativa di vita, migliorandone sempre la qualità. Il fatto di intraprendere una terapia complementare senza abbandonare la terapia ufficiale riveste un'importanza fondamentale per il malato. Consente infatti di:

- continuare a sentirsi tutelato dal "farmaco garantito";

- non costretto ad agire in clandestinità rispetto al pensiero vigente;

- "sperare" in maggiori possibilità di successo;

- sopportare meglio i pesanti effetti collaterali della chemioterapia.

Perché affiancare alle terapie convenzionali altre cure ?

È importante sapere che la chemioterapia mandando in circolo delle sostanze fortemente citotossiche che distruggono sia le cellule malate che quelle sane, contribuisce a creare una situazione di immunosoppressione. Non a caso infatti i pazienti talvolta sono costretti a ritardare il ciclo di chemio successivo a causa dell'abbassamento improvviso dei globuli rossi e bianchi.

Di conseguenza il trattamento chemioterapico contribuisce ad indebolire il sistema immunitario del malato che è già debilitato dall'azione della malattia. Più precisamente, dopo una chemioterapia adiuvante leggera il sistema immunitario si può rigenerare già nell'arco di 6-8 settimane, mentre in seguito ad un trattamento standard, il recupero può durare molti mesi o addirittura anni. Anche l'operazione chirurgica, seppur necessaria, contribuisce allo stesso modo a creare una situazione di immunosoppressione.

Viceversa Il meccanismo d'azione della maggior parte delle terapie complementari o alternative è rappresentato dal tentativo di potenziare il sistema immunitario del malato. Perché il sistema immunitario è così importante ?

È bene sapere che esistono due tipi di immunità che consentono all'organismo di difendersi dagli attacchi batterici, virali e tumorali: l'immunità naturale aspecifica e quella specifica: nella prima i due capisaldi sono rappresentati dalle cellule Natural Killer (circa il 7% dei linfociti) che uccidono le cellule tumorali, e dai macrofagi (ogni giorno circa 100 milioni di macrofagi si immolano per difenderci da miriadi di aggressori) che svolgono una complessa attività di difesa in tutti i tessuti con produzione di citochine (interluchine, interferoni, etc...). La seconda, cioè l'immunità specifica consente di aggredire gli agenti estranei tramite il riconoscimento di speciali marcatori presenti sulla superficie di ogni cellula, cioè gli antigeni.

Pertanto il sistema immunitario rappresenta l'unico baluardo naturale a nostra disposizione per controllare la continua crescita di cellule tumorali che si sviluppano ogni giorno nel nostro organismo. Di conseguenza, il tentare di potenziare il sistema immunitario potrebbe rivelarsi importantissimo ai fini di controllare lo sviluppo del tumore.

In definitiva ci si trova paradossalmente dinanzi a due principi contrapposti: da un lato l'azione immunostimolante della terapie non ufficiali e dall'altro l'azione immunosoppressoria delle terapie citotossiche (chemioterapia) e radianti (radioterapia).

Purtroppo è difficile ipotizzare una "convivenza pacifica" tra due approcci così diversi. Molto spesso i sostenitori delle terapie convenzionali trovano fortemente limitativo ed inutile potenziare il sistema immunitario, così come i sostenitori delle terapie immunostimolanti trovano altrettanto limitativo ed inutile il meccanismo distruttivo delle terapie citotossiche. La verità assoluta purtroppo non appartiene a nessuno dei due approcci dal momento che nessuno dei due riesce sempre a curare efficacemente le neoplasie.

Probabilmente sarebbe auspicabile un approccio integrato, sinergico, anziché continuare a portare avanti una guerra aperta tra schieramenti dove chi ne fa le spese è sempre il malato.

Il buon senso comune farebbe pensare che affiancare alle terapie convenzionali un trattamento coadiuvante di tipo complementare, mirato a potenziare le difese naturali dell'organismo e a lenire i principali effetti collaterali della chemioterapia, potrebbe rivelarsi una possibilità terapeutica valida. Ma certamente quasi nessun oncologo ortodosso consiglierebbe mai ad un malato di affiancare alla terapia standard una terapia diversa, anche se solo con l'obiettivo di dare un sostegno all'organismo. Per quale motivo accade questo ?

Probabilmente i motivi sono molteplici. Innanzitutto, come abbiamo già avuto modo di precisare più volte, nessun oncologo ortodosso consiglierebbe mai una terapia che non è stata sperimentata secondo i criteri standard accettati universalmente, in secondo luogo, il consentire una terapia alternativa, anche se solamente con l'obiettivo di fornire un supporto, vorrebbe dire aggiungere una nuova variabile che potrebbe confondere i risultati.

Più precisamente l'azione antitumorale della terapia alternativa potrebbe aggiungersi a quella della terapia standard, con il risultato di inquinare i risultati. L'eventuale miglioramento sarebbe dovuto a quale dei due trattamenti ? Per un medico rigoroso sarebbe un problema non poter rispondere a questa domanda, mentre per un paziente il problema non sussisterebbe minimamente. Al paziente non importa nulla sapere se è stato l'effetto di una delle due cure o un effetto combinato di entrambe a consentire il miglioramento, l'importante è che ci sia stato.

Nel caso dell'ipertermia, ad esempio, ci sono medici che sostengono che "affiancandola" alla chemioterapia possa addirittura aumentarne l'efficacia, consentendo ai chemioterapici di permanere per più tempo all'interno dei vasi. Viceversa potrebbe anche accadere che l'azione di un farmaco possa vanificare l'azione dell'altro, rendendolo inefficace. Come facciamo a sapere quali trattamenti alternativi possono effettivamente "convivere" con quelli standard? L'unico modo per rispondere a questa domanda sarebbe quello di portare avanti una sperimentazione ufficiale che preveda l'utilizzo congiunto di più terapie. Ma la sperimentazioni costano molto e fino ad ora nessuno ha mai pensato alla necessità di uno sforzo in tal senso.

Purtroppo non rimane altro che "auto-attivarsi" cercando di intuire in altri modi la strada migliore da percorrere, facendo tesoro delle esperienze di altri pazienti o ascoltando i pareri di medici dalle vedute più ampie. Al riguardo la Società Tedesca di Oncologia e la Società per la Lotta Biologica ai Tumori, con sede in Germania, rappresentano un punto di riferimento internazionale nel panorama della medicina oncologica non convenzionale.

C'è anche un altro importante motivo per decidere di intraprendere una terapia complementare. Spesso, in seguito ad un intervento chirurgico o al termine di una serie di cicli di chemioterapia, il paziente viene puntualmente lasciato in un "vuoto terapeutico". Più precisamente al paziente dimesso, viene semplicemente ricordato di tornare successivamente per la TAC di controllo, con lo scopo di individuare eventuali riprese della malattia. Si rimane così in attesa, sperando che le terapie funzionino a sufficienza e che la malattia non riprenda il suo corso. È una situazione di stallo, di passività. Perché invece non prevedere un trattamento secondario basato su una riattivazione delle risorse naturali di difesa del malato e mirato a ridurre al minimo le possibilità di ripresa della malattia ?

Le terapie complementari di tipo biologico, nel senso più ampio del termine, possono servire proprio a mobilitare le risorse di autodifesa dell'organismo attraverso una riattivazione del sistema immunitario che, rigenerato e potenziato potrebbe ritrovare la capacità di combattere efficacemente il tumore.

Attivare in modo adeguato il sistema immunitario al fine di combattere efficacemente una malattia neoplastica è un processo molto complesso.

Somministrare uno dei tanti immunomodulatori (vischio, estratti del timo, etc.) che incrementi l'attività ed il numero delle cellule di difesa potrebbe essere insufficiente. Il metabolismo, la digestione, la circolazione, il sistema nervoso influiscono più o meno direttamente sul funzionamento del sistema immunitario. Le strategie da mettere in atto sono molteplici e volte a considerare l'organismo nel suo insieme. Più precisamente è bene sapere che il sistema immunitario dovrebbe riuscire a difendersi andando ad attaccare le cellule cancerose tramite l'aggressione dei Natural Killer e macrofagi, ma può accadere che le cellule cancerose riescano a rendersi invisibili, mimetizzandosi grazie ad un involucro proteico. A tale scopo uno specifico trattamento enzimatico sarebbe quanto mai opportuno. L'azione di determinati enzimi proteolitici (cioè che scompongono le proteine), come ad esempio la bromelina (contenuta nell'ananas) o la papaina (contenuta nella papaia), in grado di distruggere gli involucri proteici, renderebbe riconoscibili e attaccabili le cellule cancerose da parte dei linfociti.

Oltre il trattamento enzimatico devono essere tenuti in considerazione i livelli presenti di determinati oligoelementi e vitamine che possono influire direttamente sulla regolazione ed il funzionamento del sistema immunitario. Più precisamente le sostanze più importanti i cui livelli devono essere sempre mantenuti alti sono: il selenio, lo zinco, il rame ed il ferro e le vitamine A, E e C.

Per troppo tempo la medicina convenzionale si è occupata di "distruggere farmacologicamente" la malattia senza pensare a "ricostruire" l'organismo (compromesso dallo sviluppo della malattia e dagli effetti collaterali delle terapie convenzionali) inteso nella sua totalità.

In questa prospettiva si avverte l'esigenza di un approccio di tipo integrato, una terapia anticancro ad ampio spettro che preveda la possibilità far convivere due approcci terapeutici diversi: uno che combatte la malattia dall'esterno, cioè attraverso metodologie di tipo chirurgico - farmacologico, uno dall'interno, attraverso i sistemi di regolazione propri dell'organismo, limitando il più possibile le condizioni per la crescita del tumore.

Le terapie non ufficiali. Quali?

E' cosa nota che in nessuna struttura pubblica si fa informazione su terapie non riconosciute. Molti malati non ne conoscono neanche l'esistenza. Ipotizzando che la voglia di non arrendersi stimoli il malato (o i familiari) a intraprendere nuove possibilità terapeutiche, inevitabilmente ci si sente "soli" nella scelta. Oltre a dover fronteggiare una grave malattia ci si deve anche accollare il peso di scegliere una cura non riconosciuta. Ci si può facilmente immaginare lo stress che una situazione del genere può comportare per il malato e la famiglia. Le terapie non ufficiali sono centinaia, qualcuna più sconosciuta di altre, ma tutte ugualmente "non riconosciute". Come scegliere ?

Molte persone senza scrupoli con l'obiettivo di facili guadagni promettono cure miracolose e costosissime. Altri medici animati da tanta buona fede ma da tanta poca umiltà si convincono di aver trovato il rimedio assoluto a tutte le malattie. Impossibile dare un'indicazione se non quella di preferire terapie che abbiano una certa logica scientifica, di cui sia accertata la mancanza di tossicità, che siano proposte da medici (possibilmente oncologi), che non pretendano di essere esaustive e siano alla portata di tutti (a livello economico).

 

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